Disturbi respiratori a base ansiosa e depressiva

disturbi respiratori a base ansiosa e depressiva

Parlando di disturbi respiratori a base ansiosa e depressiva s’intende far riferimento ad una serie di problemi del respiro che, escluse con indagini diagnostiche le possibili cause fisiche degli stessi, possa essere ricondotta ad una particolare modalità del percepire il proprio respiro “non normale” come conseguenza di una più generale sofferenza psichica della persona piuttosto che come esito di una malattia del corpo. Chiarito bene che la percezione del proprio anomalo modo di respirare (dispnea) è cosa ben diversa da quell’oggetto misurabile richiesto spesso da una medicina fatta di “oggettività” tutte uguali, ma appartiene invece, prima di tutto, alla persona, tenderei a distinguere tre diverse situazioni nelle quali respiro e psiche possono incontrarsi arrecando danni ad un corpo sano:

  • percezione acuta del disturbo respiratorio anomalo (ansia acuta, ansia sociale e prestazionale, attacchi di panico, disturbi psicosomatici, ecc.)
  • percezione cronica del disturbo respiratorio anomalo (ansia libera, disturbi depressivi, iperventilazione cronica)
  • disturbi psichici in grado di attivare un disagio respiratorio disfunzionale da malattia fisica (crisi d’asma bronchiale psicogeno)

Non è infrequente imbattersi in soggetti psicosomatici che, allarmati per i dubbi relativi alla loro reale condizione di salute, inizino a percepire i sintomi di una malattia (e tra questi il respiro anomalo non fa eccezioni) pur senza esserne affetti. Ed è noto a chi li cura il fatto che, rassicurati sull’innocuità di quelle anomale sensazioni che realmente provano ma che non rappresentano la spia di un problema organico reale, non solo non si mettano tranquilli ma, anzi, si convincano del fatto di aver incontrato l’ultimo di una serie d’ignoranti incapaci di far diagnosi, pronti a continuare la ricerca del guaritore finale. In altri casi, invece, il malato ringrazia (ipocondriaci), quando temendo una malattia pur senza averne i sintomi, lo si rassicuri con argomentazioni convincenti. Gli ansiosi, ancora, costantemente disturbati da quell’eterno “non so cosa” che, come un indistinto ed incomprensibile “rumore di fondo” rovina le giornate, sono bravissimi a focalizzare l’attenzione sul respiro cogliendone, al posto del suo fluire soggetto ansiosoinconsapevole, tutte le infinite sfumature delle sue anomalie. Nulla “toglie il respiro” più di un vissuto fatto di costrizione imposta e apparentemente irrisolvibile, di quel sentirsi in gabbia nella quotidiana e personale percezione della vita. Nulla “soffoca” più di quel macigno che appartiene al mondo dei conflitti interni mai risolti proprio in quanto mai individuati ed affrontati. Nulla è avvertito in modo più sofferto dell’asfissia provata nel corso di un attacco di panico che, nel farci percepire il rischio concreto di morire o di impazzire, ci ricorda di esser frutto di una serie di problemi del soffrire interno sempre trascurato. Quel soffrire interno che portandoci, pur senza esserne coscienti, a respirare con maggior ampiezza e per lungo tempo (iperventilazione), è responsabile nei momenti critici proprio di quell’acuzie che ci paralizza e ci congela il fiato che si suol chiamare panico. Nulla, ancora, toglie il respiro e lo fa sembrare soffocante più di quel sentirsi sotto esame ed esposti al pubblico giudizio quando si deve parlare a tanta gente, fino al rischio di svenire o di voler scappare via (ansia sociale).

soggetto depressoMa ci sono anche i problemi dell’umore, quelli francamente depressivi, quelli che ci fanno percepir la vita attraverso un modo triste di sentirla, che ci fanno respirare male. Poi ci sono i respiri “strani”, quelle inspirazioni profonde, come guidate dall’esterno, apparentemente imposte e vissute come indispensabili e “non nostre”, che non si possono “non fare” pena il morire. Ci sono poi paure e ansie che scatenano dispnea acuta negli asmatici con problemi psicologici scarsamente controllati, timorosi del reale senso e delle conseguenze della loro malattia. Nulla è più pericoloso di quell’esser certi di “essere tranquilli” e di “non aver problemi”, di essere convinti in assoluto che quel respiro anomalo “non può essere” la conseguenza di un disagio interno “perché stiamo bene”. Perché a quel punto la soluzione ultima che rimane è il dar la colpa ad un disturbo fisico che lo giustifichi e che non troveremo mai!

Ciò che fa da comune collante di questi modi strani di respirare è che tutti insieme son dichiarativi di un disagio interno di cui abbiam bisogno di parlare. Ciò che è importante comprendere è che, indipendentemente dalle dinamiche psicologiche che generano e motivano quelli che voglio chiamare “respiri difficili” (vedi anche “Uno strano disturbo respiratorio: il caso di Marina ” – “Migliorare da subito il proprio modo di respirare”), non è tanto l’etichetta posta a questo o a quel quadro della mente e dell’anima a far la differenza per risolvere il problema, in quanto una volta fatta la diagnosi psicopatologica del disturbo sottostante alla dispnea psicogena non esiste poi un farmaco unico e specifico che risolva proprio “quella” situazione, ma è la capacità di comprendere come ogni respiro anomalo abbia “qualcosa” da raccontare e che la persona più adatta a farlo è proprio quella che lo prova. Ben venga, allora, una medicina del respiro pronta a cogliere, nel calderone dell’indistinto “respirare male”, i segnali della malattia fisica o i disagi mai risolti delle nostre ignorate intimità.

 Dott. Enrico Ballor

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