Ammalato e malattia

 ammalato e malattia

“E’ incredibile come, ancora oggi, la malattia venga spesso considerata come un vero e proprio prodotto del caso piovuto dal nulla, come un oggetto del fato, freddo e privo dell’anima, “messo lì” per sbaglio come un nemico con il quale non si può comunicare, bravo soltanto ad obbligarti a cambiar la vita e le speranze, a mutar lo stile e i sentimenti. Come una sorta di cosa da guardare come tale, non modificabile in quel suo dare gli ordini e nell’annunciarsi con la sua presenza fastidiosa, dove è lei a definire dal di fuori le emozioni ed i pensieri di un paziente tutto preso tra paure ed illusioni. La malattia governa. La malattia ordina. Lei dice e tu fai. Lei ti fa sentire i sintomi che ha deciso che tu senta, apparentemente sempre uguali per ognuno e come fatti con lo stampo, lei ti crea problemi fisici e mentali. E tu ubbidisci perché non puoi far altro. Ti convinci in questo modo che “è l’orticaria che ti provoca il prurito”, non sei tu a sentire e a generare in modo attivo, nel mondo delle tue interne sensazioni, il fastidio per quel prurito che l’orticaria sembra importi. Se sei un caso bipolare la malattia t’impone di sentire e fare, di esser triste o di comprare il mondo. Senti, come fosse cosa da entità suprema definita, tutto ciò che lei per te ha già stabilito. Perchè se hai quell’etichetta è già sancito che tu debba conformarti ad accettare tutti i sintomi che stan scritti nell’elenco del librone della scienza che la malattia esibisce come fosse un conto da pagare all’indicibile sfortuna. Lo stesso si può dire per il cancro e per le malattie che ti accompagnano, spesso senza più lasciarti, come compagne crudeli di un destino che non hai richiesto né deciso. E’ come se non ci fosse alternativa alcuna al sentir la malattia se non secondo una gamma preordinata di proposte (sintomi), presentate in modo unico e apparentemente sempre uguale e monocorde per chiunque, spesso prive di speranza e di conforto. Dimenticando, in ciò, che il nostro percepir le cose è funzione di un sentire interno personale, unico e irripetibile, che ce le rende tollerabili o impossibili a seconda di come siamo disposti a coglierle e ad accettarle.

Come, in certi casi, la rinuncia può sembrare perdita o abbandono, la stessa integrata di significati particolari può addirittura trasformarsi in esperienza appagante e gratificante quando rinunciamo a qualche cosa, ad esempio, per donarlo a un figlio. Non esiste “la rinuncia” ma esiste invece un personale modo di sentire la rinuncia che ce la trasforma. Quando osserviamo un tramonto sentiamo le nostre interne sensazioni e con queste, sfruttando l’occasione che il tramonto ci fornisce, viviamo un’esperienza che sentiamo nostra, un’esperienza che siamo noi a generare. Possiamo spalancare gli occhi o socchiuderli un pochino per accentuare i colori o per smorzar la luce abbagliante che ci giunge e partecipiamo, dalla sala dei bottoni, a modulare quel sentire interno personale regolandolo per noi, ben consci che potremo cogliere in quel tramonto sensazioni assai diverse in funzione di dove rivolgeremo lo sguardo in quel momento, di chi ci starà accanto per condividerlo, di ciò che penseremo possa capitare quando lo spettacolo sarà finito e di percepire la bellezza che di nuovo si ripete dopo simili esperienze già vissute nel passato. O vivremo magari la tristezza dell’esser riportati all’atto ultimo di una lontana storia di sentimenti finita male. Il tramonto in assoluto non è nulla. E’ solo un’occasione che ci si presenta. Siamo noi a coglierlo, con i nostri stati interni, per trasformarlo in esperienza personale bella o brutta. Non penseremo mai di viverlo come un fatto imposto, come cosa definita e immutabile che ci può far sentire solo quella o questa cosa come eventi indipendenti dal chi siamo. Il tramonto, in sé, non fa star bene né fa star male. Non prescrive nulla, non ingiunge in modo unico le sensazioni che viviamo, tanto meno impone un “sintomo”! Così è la malattia ! Ma abbiamo, invece, la tendenza a non volerla osservare e accettare allo stesso modo di un tramonto, considerandola soltanto una vicenda della vita che non ci può obbligare a sentire i sintomi in quel solo stabilito modo che la medicina descrittiva ci vorrebbe imporre. A patto che ci si renda disponibili ad accoglierli agghindati, prima di tutto, di quei significati personali che trasformano malattie “assolute” in esperienze individuali. La malattia cessi allora di obbligare l’ammalato a sentirla fatta solo di quei sintomi obiettivi e impersonali tanto cari alla medicina “oggettiva”, sempre uguali ed assoluti, e smetta di essere confusa per evento che non si può cambiare. Perchè non è così! La malattia si fa sentire, come un’alba o un tramonto, in funzione di come siamo disposti ad accettarne la presenza, di come ci sentiamo in grado di immaginarne quelle conseguenze che noi stessi attivamente costruiamo nelle nostre menti. Muoia, allora, la malattia e non l’ammalato. Smetta di esistere come fatto assoluto, come questione da noi indipendente! Non più pazienti né malattie, ma persone con problemi personali da risolvere .

Solo quando riusciremo, finalmente, ad accettare e ad accettarci in una dimensione un po’ più ampia rispetto a quella in cui spesso ci obblighiamo e in cui il malanno sembra relegarci col suo fare costrittivo, e smetteremo di viver le vicende del disagio fisico e mentale da passivi attori, collocandoci in un ruolo di attivi costruttori di emozioni personali, potremo veramente definirci guariti, o per lo meno ben curati, proprio grazie all’accettare che il mondo esterno dell’infermità non rappresenta altro se non una fantastica occasione per poterlo ammaestrare con il semplice buon uso delle nostre curative intimità.

Dott. Enrico Ballor

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