Farmaci broncodilatatori nei pazienti con BPCO ed enfisema polmonare

paziente con enfisema polmonare

La broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e l’enfisema polmonare consistono in due diverse patologie respiratorie aventi molti punti in comune, primo fra tutti la condizione di ostruzione bronchiale e la conseguente difficoltà respiratoria (dispnea) percepita dai pazienti che ne sono affetti. Esse tuttavia si differenziano per una serie di caratteristiche anatomiche e funzionali documentabili con gli esami radiologici del torace e con le prove di funzionalità respiratoria, tra le quali la spirometria, in grado di cogliere i danni strutturali e fisiopatologici del distretto bronchiale e polmonare.

Si è per lungo tempo dibattuto sull’opportunità di somministrare farmaci inalatori ad azione broncodilatatrice nelle due forme e, se nel caso della BPCO non vi siano mai stati grossi dubbi circa la loro utilità clinica, per quanto riguarda invece le forme ostruttive a prevalente componente enfisematosa tali vantaggi non sempre sono apparsi scontati. Ciò deriva dal fatto che, se nella BPCO l’ostruzione bronchiale dipende per la maggior parte dall’”ispessimento” della parete bronchiale secondaria alla cronica infiammazione dei bronchi, dall’ipersecrezione dei secreti bronchiali e dalle modificazioni anatomiche degli stessi che ne riducono il calibro interno, nel caso dell’enfisema, invece, la maggior responsabilità dell’ostruzione dei bronchi è da ricondurre prevalentemente ad un vero e proprio “rammollimento” dell’impalcatura strutturale dell’albero bronchiale secondaria alla perdita di quel tessuto elastico polmonare che, in condizioni di normalità, consente ai bronchi di mantenersi aperti specie in fase espiratoria.

Per comprendere meglio tale fenomeno invito a pensare a un manicotto fatto di pareti elastiche semirigide al cui interno scorre l’aria. Fin tanto che le pareti del manicotto (bronco) si mantengono sufficientemente rigide, l’aria che passa al suo interno non trova difficoltà a scorrere liberamente anche quando si applichi dall’esterno una leggera pressione sulle pareti dello stesso, come avviene nel caso dei bronchi durante l’espirazione dell’aria. Ma se il livello di rigidità “tonica” del manicotto (corrisponde al “tono” bronchiale che mantiene aperti i bronchi) tende a ridursi, qualsiasi pressione applicata sulla parete esterna del manicotto, schiacciandolo, impedisce all’aria di scorrere liberamente all’interno dello stesso. Questo è proprio ciò che capita nel caso dell’enfisema polmonare. La perdita di tessuto polmonare elastico, infatti, rende la struttura bronchiale più “molle”, ed in fase espiratoria l’aria che in condizioni normali dovrebbe scorre liberamente fuori dai polmoni trova impedimento alla sua regolare progressione, rimanendo in parte intrappolata. In tal modo, rimanendo intrappolata all’interno dei polmoni (fenomeno dell’”air trapping”), essa tende a gonfiare sempre più il polmone (iperinsufflazione), e il paziente, specie durante la marcia o sotto sforzo, si trova a respirare con il torace sempre più “gonfio”, fino al punto di trovare grande difficoltà a introdurre nuova aria durante la respirazione. Tale condizione genera quella difficoltà respiratoria che classicamente questi pazienti provano nel corso di una qualsivoglia attività fisica. Se infatti il polmone enfisematoso è per definizione sempre “iperinsufflato” anche in condizioni di riposo (iperinflazione statica), è durante la marcia, e più in generale durante l’attività fisica, che la situazione peggiora, determinando un’ulteriore accentuazione della quantità d’aria trattenuta all’interno dei polmoni (iperinflazione dinamica) all’aumentare dei tentativi che il paziente fa di svuotare i polmoni aumentando lo sforzo muscolare dei muscoli espiratori.

A differenza, quindi, della BPCO, nel caso dell’enfisema polmonare è la perdita di tono bronchiale provocata dal “consumo” polmonare a generare l’ostruzione dei bronchi, e non già l’ostruzione infiammatoria cronica e “broncospastica” degli stessi, curabile con cortisonici e broncodilatatori inalatori.

Pur tuttavia, non solo nel caso della BPCO, ma anche in presenza di ostruzione bronchiale secondaria a enfisema, si è visto come la terapia con i farmaci broncodilatatori a lunga durata d’azione (LABA e LAMA: vedi “I nuovi farmaci per asma e BPCO presentati dallo pneumologo ”) si dimostra in grado di ridurre l’iperinflazione dinamica specie sotto sforzo, agendo clinicamente con favore su alcuni fattori, tra i quali:

  • Riduzione delle riacutizzazioni infettivo-infiammatorie
  • Riduzione del numero e della durata dei ricoveri ospedalieri conseguenti agli episodi di riacutizzazione infettivo-infiammatori
  • Riduzione della dispnea percepita dal paziente (vedi le scale della dispnea in “Dispnea (difficoltà respiratoria)”)
  • Miglioramento della tolleranza allo sforzo
  • Miglioramento della qualità di vita

A questo si aggiunga che, quando oltre all’impiego dei broncodilatatori, si dia anche spazio ad un adeguato programma riabilitativo respiratorio attraverso la messa in atto di esercizi di ginnastica respiratoria dedicati, risultano spesso implementati tutti i vantaggi relativi ai cinque indicatori prima riportati, confermando, in ciò, l’adeguatezza della terapia dell’enfisema con i broncodilatatori, specie se associati alla riabilitazione funzionale (vedi “Esercizi respiratori per pazienti con BPCO: la ginnastica respiratoria consigliata dallo pneumologo” – “Ginnastica respiratoria, BPCO e Yoga: il parere dello pneumologo” – “BPCO e vita attiva: i consigli dello pneumologo” – “ Bronchite cronica e regole di vita: lo pneumologo e la terapia oltre i farmaci”).

 Dott. Enrico Ballor

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Immagine copyright depositphotos\paulomfpires

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