Le vaccinazioni utili in pneumologia: il parere dello pneumologo

vaccinazioni in pneumologia

Se vaccinare significa favorire la produzione di anticorpi da parte del sistema immunitario e, in senso più generale, consentire una migliore attivazione dei suoi numerosi meccanismi di difesa contro i microbi (virus, batteri, ecc.), per le malattie respiratorie trattate dallo pneumologo questo è ancor più importante in virtù del fatto che qualunque evento infettivo possa colpire un paziente affetto da una qualsiasi malattia respiratoria, specie se cronica, rischia di trasformarsi in una situazione gravemente complicante la patologia respiratoria presentata dal paziente.

Esistono, nell’uso clinico comune, una serie di vaccinazioni che si prestano ad immunizzare il paziente e a variarne favorevolmente l’assetto anticorpale. Considero alcune di queste particolarmente utili proprio se riferite alle specifiche necessità dello pneumologo. Tra di esse, alcune sono in grado di ridefinire, amplificandoli, i pool anticorpali nei confronti di specifici agenti infettivi microbici (virali o batterici). Altre, invece, sono più orientate alla produzione di anticorpi o alla stimolazione di meccanismi immunologici atti a contenere la sintomatologia di pazienti allergici affetti da asma bronchiale atopico (vedi “Asma bronchiale: malattia da conoscere”) o da malattie allergiche respiratorie. Altre, ancora, sono in grado di operare su di un’aspecifica e più difficilmente definibile “stimolazione immunitaria”, atta a contenere il numero e l’intensità degli episodi infettivi a carico delle vie aeree specialmente nel corso dei mesi freddi. Vediamo, allora, in che cosa consistono queste diverse opportunità offerte dall’industria farmaceutica.

  • Vaccinazione antinfluenzale (vedi “Vaccinazione antinfluenzale e malattie polmonari: i consigli dello pneumologo”). La vaccinazione antinfluenzale rappresenta nel nostro Paese, nel corso della stagione invernale, una delle misure più diffusamente accettate e consolidate anche in campo pneumologico per la prevenzione dell’infezione da virus influenzale nei pazienti respiratori, con un elevato numero di prescrizioni giustificato dalla quantità di soggetti affetti da una malattia respiratoria cronica che potenzialmente possono beneficiarne. Tutti i pazienti affetti da una patologia respiratoria, infatti, rientrano a buon diritto tra quelli per i quali il Ministero della Salute ritiene consigliabile il vaccino. Mi riferisco ai pazienti affetti da bronchite cronica, da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e da enfisema polmonare, ai molti pazienti portatori di una condizione di asma bronchiale severa, o portatori di bronchite cronica bronchiectasica, di sindrome sinuso-bronchiale, di fibrosi polmonare idiopatica e non-idiopatica o, peggio ancora, in ossigenoterapia domiciliare (vedi “ L’ossigenoterapia domiciliare spiegata dallo pneumologo”) per insufficienza respiratoria. In tutti questi pazienti la comparsa dell’infezione influenzale genera un deciso aumento del rischio di peggioramento dei sintomi respiratori, primo tra tutti la dispnea (difficoltà respiratoria), conseguente al rapido e spesso grave peggioramento dell’ostruzione bronchiale e, più in generale, del quadro respiratorio funzionale del paziente documentabile con la spirometria.
    Sia chiaro che la vaccinazione antinfluenzale tende a proteggere il paziente che vi si sottopone solo e unicamente dall’infezione respiratoria legata al virus influenzale “vero”, e non già da quella moltitudine di virus respiratori, comunque meno pericolosi che, provocando febbre nel paziente, vengono spesso scambiati per “influenza”, alimentando la falsa credenza secondo la quale la presenza di una febbre nel periodo invernale sarebbe prova dell’inefficacia della vaccinazione antinfluenzale nei soggetti che vi si sono sottoposti. Non finirò mai di insistere sulla necessità di una prevenzione degli episodi infettivi dei mesi freddi operata attraverso il rispetto di comportamenti di contenimento del contagio inter-umano dell’infezione che, al di là del vaccino antinfluenzale, ritengo d’importanza pari almeno a quella del vaccino (vedi “Bronchiti, polmoniti e altre infezioni respiratorie invernali: i consigli dello pneumologo”).
  • Vaccinazione antipneumococcica. Vaccinazione orientata alla produzione di anticorpi specificamente diretti contro Streptococcus pneumoniae, batterio particolarmente temibile, responsabile non solamente di infezioni respiratorie dell’adulto e del bambino, ma altresì di una moltitudine di infezioni a carico di altri organi e apparati, andando dai quadri non-invasivi dell’otite e delle infezioni delle vie aeree superiori, fino ai quadri di malattia invasiva pneumococcica, caratterizzata da disseminazione del batterio per via ematica in presenza di infezioni polmonari anche gravi (polmonite e broncopolmonite) e possibilità di meningite (meningite pneumococcica). Anche la vaccinazione antipneumococcica può essere presa in considerazione in tutte le categorie di pazienti respiratori già riportate sopra a proposito della vaccinazione antinfluenzale.
    Il vaccino polisaccaridico antipneumococcico consiste in un pool di 23 diversi antigeni batterici capsulari purificati di Streptococcus pneumoniae , corrispondenti ai tipi sierologici più frequentemente responsabili, nel nostro Paese, di malattia invasiva pneumococcica. Per quanto i dati della letteratura non siano concordi in senso assoluto, tale vaccinazione sembra in ogni caso confermare le speranze riposte in tale tipo d’intervento. Nei soggetti vaccinati, infatti, si dimostrerebbe un miglior grado di protezione dalle infezioni pneumococciche, con episodi meno gravi in caso d’infezione e riduzione della mortalità nei soggetti colpiti, con differenze variabili, all’interno della popolazione, tra soggetti normalmente immunocompetenti e pazienti con immunodepressione. Tra queste ultimi, oltre alle classiche situazioni cliniche nelle quali è presente un deficit della funzione immunitaria (portatori di neoplasie maligne, anziani defedati da malattie croniche, pazienti in terapia con chemioterapici o immunosoppressori, soggetti trattati cronicamente con farmaci cortisonici, ecc.), compaiono i soggetti che, in conseguenza di eventi traumatici o per malattia ematologica (deficit piastrinici) siano stati sottoposti a splenectomia (asportazione della milza). Successivamente alla prima dose di vaccino, raramente possono comparire irritazione locale nel sito d’iniezione con possibile, ma assai poco comune, comparsa di febbre e di dolori muscolari.
    La necessità di una dose di richiamo del vaccino varia a seconda delle varie situazioni, partendo da una copertura sufficiente anche oltre i 10 anni dalla prima dose, per andare alle condizioni per le quali il richiamo della vaccinazione è consigliabile non prima di 5 anni dalla prima somministrazione, fino alle somministrazioni di rinforzo praticate con maggior frequenza nel caso di insufficienza renale grave in pazienti con sindrome nefrosica. E’ chiaro, anche in questo caso, che tempi e modalità di tali interventi competono solo al medico prescrittore e allo specialista pneumologo che segue il paziente, definite anche in funzione dell’età del soggetto vaccinato, e non devono mai rappresentare, come ho già più volte sottolineato in vari articoli pubblicati in questo sito, occasione per un’impropria, quanto pericolosa, auto-prescrizione da parte del paziente.
  • Lisati batterici come stimolatori aspecifici del sistema immunitario. Si tratta, in questo caso, di immunostimolanti costituiti da lisati batterici liofilizzati, caratterizzati dalla presenza di antigeni batterici ottenuti, a seconda dei vari prodotti in commercio, attraverso impatti meccanici o lisi chimica di cellule batteriche spesso responsabili di episodi infettivi delle vie aeree, tra le quali Haemophilus influenzae,Streptococcus pneumonie (Diplococcus), Klebsiella pneumoniae, Klebsiella ozaenae, Staphylococcus aureus, Streptococcus pyogenes, Streptococcus viridans e Moraxella catarrhalis (Branhamella). L’indicazione al trattamento contempla la prevenzione delle infezioni recidivanti delle vie respiratorie, allo scopo di ridurre il numero e l’intensità degli episodi infettivi. Nei bambini tali immunostimolanti sembrano maggiormente orientati a contenere i problemi a carico delle prive vie respiratorie, in soggetti che presentino un numero di episodi infettivi superiori a quelli attesi per l’età.
    Somministrati per via orale (capsule, compresse o granulato) a dosaggio unico o in due differenti dosaggi (adulti e bambini di età superiore a 1 anno), tali vaccini batterici vengono assunti per cicli di dieci giorni al mese per tre mesi consecutivi (in altri casi esistono preparazioni farmaceutiche assumibili a dosaggio unico, in dosi incrementali, per soli tre giorni), prestando attenzione a non somministrarli in caso di malattie autoimmuni, in corso di infezioni intestinali acute o nel caso in cui sia presente febbre all’inizio del trattamento. Controindicazione assoluta alla ripetizione dei cicli previsti è l’insorgenza di crisi asmatiche, per quanto tale evenienza sia piuttosto rara.
  • Vaccini praticati nelle forme di asma allergico e rinite allergica (TIS). Mi riferisco, in questo caso, ai vaccini praticati nei pazienti allergici sensibilizzati a qualche specifico allergene respiratorio, utili a integrare la terapia farmacologica di forme asmatiche o rinitiche. Questo tipo di vaccinazione (immunizzazione), più nota con il termine di TIS (terapia iposensibilizzante specifica), consiste in una vera e propria desensibilizzazione nei confronti di allergeni volatili, siano essi acari (vedi “Asma allergico da acari della polvere: i consigli dello pneumologo”), pollini (vedi “Pollinosi” ) o derivati epidermici animali (vedi “Bimbo, animali domestici, asma e allergie respiratorie: i consigli dello pneumologo” – Asma allergico da pelo del gatto: il parere dello pneumologo” – “ Asma allergico da pelo del cane: il parere dello pneumologo”), in grado di ridurre la sensibilità del paziente attraverso la comparsa di anticorpi bloccanti (IgG) che competono con le IgE dell’allergia e di una variazione degli assetti immunitari i cui meccanismi, per complessità espositiva, esulano dalle finalità divulgative del presente testo e pertanto non vengono discussi. Nel tempo si è passati dai vecchi vaccini iniettivi, prima acquosi, poi adsorbiti su idrossido di alluminio usato come adiuvante ad azione ritardata, aventi un rischio non trascurabile di eventi avversi anche gravi, agli attuali vaccini orali per uso sub-linguale, molto meglio tollerati. Uno degli svantaggi di tali desensibilizzazioni è quello di poter trattare solo i pazienti con una o al massimo due sensibilizzazioni, essendo sconsigliato tale trattamento per soggetti che presentino un numero superiore di sensibilizzazioni allergiche. A parte l’effetto favorevole non scontato, per quanto in molti casi il risultato giustifichi pienamente l’impegno economico e la lunga durata della terapia, esiste il concreto rischio di veder comparire, nel tempo, nuove sensibilizzazioni prima non presenti nel paziente, che potrebbero comportare l’inizio di un nuovo ciclo di desensibilizzazione. Inoltre, pur in presenza di un buon risultato, sconsiglierei sempre, in ogni caso, ai pazienti di esporsi in modo esagerato ad elevate quantità di allergene. In qualche caso, invece, la parziale efficacia della TIS si accompagna, comunque, alla possibilità di poter ridurre i farmaci utili a controllare l’asma, dimostrando in ciò una risposta alla terapia magari incompleta, ma comunque non da sottovalutare.
  • Vaccino anti-tubercolare (vedi “Tubercolosi”): senza voler entrare nel dettaglio storico dei tentativi di isolare un vaccino utile a immunizzare la popolazione dal micobatterio tubercolare (bacillo di Koch o Mycobacterium tuberculosis), mi limito a sottolineare come tale obiettivo risulti a tutt’oggi indisponibile nonostante i tentativi del passato.

 Dott. Enrico Ballor

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Immagine copyright depositphotos\elisanth

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