Asma psicosomatico: il parere dello pneumologo e dello psicoterapeuta

 asma psicosomatico

Come pneumologo, specialista in malattie dell’apparato respiratorio, e come psicoterapeuta, specialista in psicoterapia cognitiva, ho piacere ad esprimere un parere su di una patologia troppo spesso ignorata o sottostimata, in realtà ben presente e non così difficile da incontrare in chi soffre d’asma: l’asma bronchiale psicosomatico.

L’asma bronchiale (vedi anche “Asma bronchiale: malattia da conoscere”) consiste in una malattia respiratoria molto spesso allergica (vedi “Pollinosi” e “Malattie allergiche delle vie aeree”), facilitata da una particolare tendenza dei bronchi ad andare incontro a broncospasmo (vero e proprio spasmo muscolare) definita iperreattività bronchiale aspecifica, caratterizzata da infiammazione e da ostruzione bronchiale, in grado di provocare crisi asmatiche con difficoltà respiratoria (dispnea), tosse secca e insistente, sibilo espiratorio (vedi anche “Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è?”) e senso di oppressione al torace.

Molte situazioni caratterizzate da un generico disagio psicologico, tra le quali alcuni disturbi d’ansia e certi disturbi dell’umore, senza che tali condizioni debbano necessariamente essere intese come veri e propri “disturbi mentali”, possono esprimersi sul piano clinico con difficoltà respiratoria ed alterazione della normale percezione del ciclo respiratorio, che smette di essere sentito come silenzioso ed automatico per divenire invece problematico e patito come un peso (vedi anche “Disturbi respiratori su base ansiosa e depressiva” e “ Uno strano disturbo respiratorio: il caso di Marina”).

E’ altresì noto come molte alterazioni nel normale equilibrio fisico (malattie del corpo) che manifestino sintomi respiratori, siano in grado di accentuare la percezione del disagio legato alla malattia fisica (vedi anche “Ammalato e malattia”) attraverso un’esagerata e catastrofica percezione mentale di “ciò che mi sta capitando”, secondaria ad interpretazioni personali pessimistiche. Per fare un esempio pensiamo a quanti, con il naso “chiuso” per un raffreddore, iniziano a respirare molto peggio di quanto non si potrebbe prevedere, dichiarando talora una vera e propria intollerabile sensazione di “soffocamento”, non considerando che dalla bocca ben più grossa può passare agevolmente un flusso d’aria più che sufficiente a respirare. E’ chiaro come in questo caso l’anormale sensazione di “asfissia” sia creata da una mente che, interpretando con paura il naso chiuso come un vero e proprio rischio asfittico, “percepisce” soggettivamente il naso chiuso come un problema irrisolvibile e pericoloso, accentuando conseguentemente il sintomo “ dispnea” (disagio a respirare).

Stabilite quindi queste incontestabili e biunivoche relazioni tra psiche e corpo, o per meglio dire tra respiro e percezione del problema, veniamo all’asma e alla dimostrazione di una sua genesi anche “nervosa” tutt’altro che poco scientifica. Si tenga conto del fatto che, fino a prima della dimostrazione di una causa immunitaria e allergologica (anticorpi IgE dell’allergia) alla base del disturbo, l’asma era trattata nei vecchi testi di medicina con la dizione di “asma nervoso”, abbandonando per un certo tempo tale ipotesi interpretativa fino ad un suo successivo recupero con il riconoscimento della medicina “psicosomatica”. La scienza medica rivalutava, in pratica, un’ipotesi scientifica di asma come disturbo “anche emozionale” (eziologia psicologico-emotiva dell’asma), nel tentativo di spiegare sintomi e manifestazioni asmatiche non completamente spiegabili con le sole argomentazioni immunologiche e allergologiche che avevano spiegato i principali meccanismi del suo manifestarsi. Sono ben note, d’altra parte, le strette implicazioni tra il sistema nervoso neurovegetativo e i bronchi. Nell’asma da reflusso gastro-esofageo, ad esempio, il refluire del succo acido dallo stomaco in esofago, facilitato dalla posizione coricata e dalla non perfetta continenza dello sfintere esofageo inferiore (ad esempio per ernia jatale), attiva in via riflessa il broncospasmo (crisi d’asma), confermando una diretta responsabilità del sistema nervoso periferico parasimpatico nelle crisi d’asma al di fuori di meccanismi immuno-allergologici.

Senza commettere l’errore di volerne individuare alcuni specifici ed esclusivi per un’ipotetica tipologia “asmatica”, tra i tratti di personalità che più frequentemente si possono riscontrare nei pazienti che manifestino crisi asmatiche secondarie ad attivazioni non solamente allergiche, quanto anche secondarie alla comparsa di intensi vissuti emotivo-emozionali, ne compaiono alcuni tipici delle persone con temperamento astioso e iroso, o di coloro che, intemperanti, gelosi ed aggressivi che li si voglia definire, si presentano facilmente “attivabili”, esprimendo la rabbia in modo esplosivo o comunque in modo socialmente poco funzionale. Ci sono ancora i timidi che, affogando il loro diritto alla libera espressione in un agonismo mal gestito e nel perder la partita senza neppure pensarsi in diritto di giocarla, vivono quella generale sensazione d’ingiustizia e di sopraffazione esterna, estremizzandola a dismisura fino a generare un progressivo aumento della tensione interna che esplode poi nella crisi d’asma. Altre volte il mantenimento di conflitti psichici attraverso meccanismi di dovere-colpa, di aggressività irrisolta o di dipendenza-repulsione nelle relazioni interpersonali, attivano vissuti inconsci e reazioni psicosomatiche che nuovamente possono sfociare in crisi asmatiche. Senza contare, poi, che la crisi d’asma scatenata attraverso questi meccanismi, procurando al paziente ulteriore ansia, porta ad amplificare un disagio respiratorio che con dinamismo circolare (il cane che si morde la coda) tende a mantenersi e ad aggravarsi.

Ciò che mi preme sottolineare e che, nell’esperienza clinica pratica e con alcuni pazienti, sono talmente evidenti i casi di attacchi asmatici non tanto scatenati solamente dal contatto con gli allergeni responsabili (pollini, acari della polvere, ecc.), quanto realizzantisi in presenza di intensa attivazione emotiva che li giustifichi, che il contestarne l’esistenza sarebbe banalmente anti-scientifico. Ritengo, pertanto, che proprio in questi casi, riscontrata una genesi psicogena o per meglio dire “anche” psicogena dello scompenso asmatico, questa debba essere riconosciuta e ricordata tra le cause scatenanti di crisi respiratorie che, se non opportunamente affrontate e risolte anche attraverso un percorso di psicoterapia risolutiva degli stati d’ansia, rischiano di confinare certi quadri asmatici all’interno di una soluzione non completa o comunque insoddisfacente, soprattutto se curate con la sola terapia farmacologica. Un recupero della sicurezza di sé, una nuova capacità di crearsi un vissuto quotidiano percepito come più rassicurante, la rinuncia, senza soffrire, a modelli di perfezione tanto imposti dal mondo quanto irraggiungibili, opereranno la differenza ed aiuteranno a completare, in questi pazienti, un efficace percorso di cura per un asma che non sia più soltanto “broncospasmo”. Ritengo che tale posizione rappresenti oggi una visione psico-neuro-biologica più moderna, multifattoriale e integrata tra meccanismi vari, scientificamente più complessa ma più aperta, per un disturbo respiratorio che sia finalmente non solamente dei “bronchi” ma della “persona” intera, riconosciuta prima di tutto non solamente negli aspetti fisici, ma altresì nei ben più profondi e spesso non riconosciuti aspetti emotivi.

Dott. Enrico Ballor

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